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dicembre 2016

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Bioetanolo coltivato nel deserto


Sample Image''Coltivare nel deserto? Potrebbe   essere una buona soluzione per ottenere bioetanolo di seconda   generazione''. Ad affermarlo e' il professor Riccardo Valentini,   direttore del Dipartimento di scienze dell'Ambiente Forestale e   delle sue Risorse dell'Universita' della Tuscia, intervenuto al   convegno ''Strategie per un pianeta sostenibile'' in programma a   Roma per ricordare il centenario della nascita del fondatore del   Club di Roma Aurelio Peccei.


Valentini e' coordinatore di un progetto realizzato da   Universita' della Tuscia e Universita' di Tel Aviv, finanziato   dal ministero dell'Ambiente, che ha permesso sino ad ora la   crescita di 5 ettari di conifere nel deserto del Negev, a 40 km   dalla citta' di Eilat.    

''Ci siamo riusciti - afferma Valentini - utilizzando la   risorsa primaria, costituita dal sole, e le acque reflue,   altrimenti inutilizzabili, provenienti dalla citta' di Eilat. Il   nostro obiettivo e' quello di creare bioetanolo di seconda   generazione da quelle biomasse, evitando cosi' di dover   utilizzare terreni dedicati all'agricoltura tradizionale''.      Il progetto, nella sua seconda fase appena partita, prevede ora   proprio la trasformazione delle biomasse create nel deserto in   bioetanolo di seconda generazione.  Valentini, tra l'altro, ha   affrontato nella sua relazione il problema della diminuita   efficienza di assorbire CO2 da parte degli ecosistemi.   ''Con   il 30% di CO2 assorbito dalle Terre e il 25% dagli oceani,   possiamo dire che abbiamo un cambiamento climatico con lo   ''sconto'' del 55% - conclude Valentini - Non sappiamo pero'   fino a quando questa capacita' restera' tale: abbiamo dati che   ci dicono che stanno aumentando le emissioni di gas metano dal   permafrost, e che dagli anni Settanta al 2000 sono rimaste in   atmosfera 50 tonnellate di CO2 in piu'. E' certamente un dato su   cui riflettere''.

Fonte: www.ansa.it




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