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Jatropha curcas - Olio combustibile e/o Biodiesel


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9 risposte a questa discussione

#1
Nino75

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A proposito di olio combustibile e biodiesel, ecco una pianta ad alta produttività usata da varie ONG nei PVS. L' India ci sta credendo e sta promuovendo la sua diffusione.........

La Jatropha curcas o JatropaCurcas è una pianta tropicale che riesce a crescere in terreni semi-aridi e in presenza di scarse precipitazioni (600 mm/anno). Le sue caratteristiche la rendono spesso impiegata in progetti di lotta alla desertificazione e all'erosione. I frutti della Jatropha non sono commestibili per l'uomo e per gli animali: per questo nei villaggi la pianta è spesso coltivata intorno ai campi come siepi di difesa per proteggere le colture dagli animali. La resa in frutti della Jatropha è fortemente variabile. Si va da meno di 100 kg per ettaro fino a 10 tonnellate. Il motivo di questa forte variazione è in parte dovuto al carattere ancora selvatico della pianta, la quale non è mai stata nel passato oggetto di pratiche di miglioramento o stabilizzazione della resa, dal terreno su cui è coltivata e dal clima.

I semi ottenuti dal frutto sgusciato contengono un olio (intorno al 35% in peso) dalle caratteristiche tali da poter essere impiegato in generatori diesel piuttosto grezzi (ad esempio i Lister di fattura indiana) anche solamente dopo un processo di filtraggio, oppure come olio per l'illuminazione nelle lampade al posto del petrolio, dato che non emette fumi. Un altro utilizzo è la produzione di sapone al cherosene. Le emissioni sono a basso contenuto di CO2 e zero anidride solforosa. I residui della macinazione dei grani possono produrre metano o fertilizzante per i terreni.

L'olio di Jatropha può essere impiegato anche per la produzione di Biodiesel attraverso un processo chimico di raffinazione, la Transesterificazione.

In India la Commissione Nazionale ha deciso di promuovere fortemente l'impiego dei biocarburanti a livello nazionale puntando decisamente sulla Jatropha (insieme con la Pongamia). Basandosi sull'ipotesi di Henning, anche alcune ONG italiane stanno valutando la possibilità di implementare a livello di villaggio un microsistema energetico basato sullo sfruttamemento di questa coltura.

Nonostante tra le colture energetiche la Jatropha non si posizioni in assoluto tra le migliori (la palma è nettamente superiore), la possibilità di non entrare in competizione nei terreni più fertili con le colture destinate all'alimentazione, la rende senz'altro una coltura molto promettente nel panorama dei biocarburanti.

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#2
luca67

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Ciao Nino

Senza dubbio a livello locale serebbe una soluzione logica un domani che si sia risolto il problema delle quantita` produttive derivanti dalle coltivazioni.
Le macchine quando sono a secco hanno bisogno del pieno e a volte la natura e` strana basta una gelata di troppo ed il raccolto va in malora o troppa pioggia, troppo poca, Per Biocombustibili servono piante 1. non alimentari 2. con un certo standard produttivo medio 3. resistenti a diversi agenti atmosferici

La colza in media rende dagli 850 ai 900 litri di Biodiesel all'ettaro (derivati da 1400 litri di olio raffinato) che devo dire per evitare utilizzo della chimica bisognerebbe coltivarla a rotazione ogni 4 anni, il mio parere personale e` che il Biodiesel che costa a livello di produzione dai 0,90 a 1,00 Euro al litro dovrebbe rendere almeno 2/3.000 litri all'ettaro per essere concorrenziale con il Diesel.

Il Problema maggiore si riscontra portando piante da altre zone climatiche, come reagiscono la flora e la fauna locale all'intruso, come si riproduce, e` invasiva o controllabile, Il Miscanthus in alcune zone degli Stati Uniti viene combattuto come erbaccia.
Il fattore inquinamento del derivato, dubito che in India ci si pongano certe domande, li il catalizzatore non sanno neanche cosa sia come senza andar lontano anche da noi in alcune zone.

Saluti Luca

#3
Nino75

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Giuste e condivisibili osservazioni le tue Luca....... ad integrazione posto un articolo dove si racconta l'esperienza delle Suore Vincenziane in Tanzania.......

Le suore che coltivano l'elettricità

di Marco Magrini

MBINGA, TANZANIA. Dal nostro inviato All'Equatore il sole tramonta alle sei, tutto l'anno. Alla latitudine di Kaja Peric, che è nata in Bosnia da famiglia croata, ma vive nel profondo sud della Tanzania, il sole scompare solo mezz'ora più tardi. Dopodiché,non è detto che ci sia la luce. «Non esiste una rete elettrica nazionale e nelle città qui intorno,i quotidiani blackout possono durare anche otto ore. Ma non nel nostro convento», dice sorella Kaja con un dolce sorriso. «Noi, l'energia ce la coltiviamo nel giardino».Dietro al convento delle sorelle Vincenziane a Mbinga — un villaggio sperso nel niente della foresta tropicale, non lontano dal Mozambico — più che un giardino, c'è qualche ettaro di coltivazioni. La congregazione, che fa capo al convento di Untermarchtal, in Germania, gestisce in quest'area 18 strutture per circa 300 bambini orfani, sordi e handicappati, grazie a un manipolo di 185 suore (sette delle quali europee): in totale, un bel numero di bocche da sfamare. Ma, insieme a mais e girasoli, le sorelle coltivano per davvero anche l'elettricità. Kaja, responsabile del progetto, sta facendo crescere dietro al convento 50mila esemplari di Jatropha Curcas. La pianta che potrebbe cambiare, se non i destini del mondo, almeno quelli dell'Africa.«È davvero miracolosa», assicura Kaja mentre ne accarezza lefoglie,nel bel mezzo di questa scena tropicale che declina tutti i toni del verde.

«Abbiamo cominciato due anni fa, partendo dai semi. Semplicemente tagliando i primi rami e innestandoli per terra abbiamo coperto tre ettari. Quest'anno il raccolto sarà ancora modesto. Ma l'anno prossimo avremo raggiunto l'indipendenza energetica».Sul tetto della chiesa c'è un gigantesco pannello solare fatto a "V" (in onore del San Vincenzo che ispira le azioni delle sorelle) con una croce bianca nel mezzo. «Il sole ci dà l'energia sufficiente per il giorno», spiega Kaja. Per la notte c'è un generatore diesel. Il quale va per adesso a idrocarburi, ma l'anno prossimo andrà a Jatropha. «Gli esperimenti — assicura sister Kaja — li abbiamo già fatti: basta spremere i semi della pianta per ottenere un olio che, semplicemente filtrato, mette in moto il generatore di elettricità a meraviglia. E pure rispettando l'ambiente». Come tutti gli oli vegetali che fanno da biodiesel, la combustione di olio di Jatropha emette poca anidride carbonica e zero anidride solforosa, responsabile delle piogge acide. «Nel raggio di centinaia di chilometri — sintetizza la sorellamadre Zeituni Kapinga, con vivace orgoglio —siamo le uniche a poter spedire un'email a qualsiasi ora del giorno o della notte». All'Equatore il sole sorge alle sei, tutto l'anno. Alla latitudine di Livinus Manyanga, che abita ad Arusha, Tanzania del Nord, quasi alle falde del Kilimangiaro, il sole sorge solo un po' più tardi. È in quell'esatto momento che il suo business si mette in moto: quando l'energia fotonica della nostra stella accende la fotosintesi clorifilliana. Alla Kakute, l'azienda di Manyanga, non ci sono ettari di coltivazioni, ma solo un giardino. «Il mio vivaio è un piccolo centro di ricerca e sviluppo — dice — Il mio compito è quello di propagare la Jatropha in Africa, insegnare a coltivarla e distribuire una nuova ricchezza».

Oggi, in visita alla Kakute c'è la delegazione di una Ong canadese, che ha in animo di propagare la pianta dell'energia nella vicina Repubblica Democratica del Congo. «C'è gente che viene da tutta l'Africa: teniamo dei corsi di una settimana per insegnare a coltivare la pianta e a sfruttarla fino in fondo. Restano tutti a bocca aperta». Per rudimentale che sia, l'armamentario di Manyanga è impressionante. Prima fa vedere i semi di Jatropha stesi al sole per togliere un po' di umidità. Li mette in una strana macchina manuale (inventata da altri, ma perfezionata dalla Kakute) per la frantumazione: a destra esce l'olio e a sinistra i residui, curiosamente asciutti. Poi prende l'olio e lo mette in una lampada: al contrario del kerosene, brucia senza fare fumo e — pare incredibile — profuma pure.

Al che Manyanga raccoglie i residui della macinazione, e li spinge con l'acqua dentro a un serpente di qualche metro, costruito con un grande telo di plastica. «Due chili di semi tritati e cinque litri d'acqua — racconta — producono abbastanza metano per cucinare per tre giorni». Il serpentone è collegato a un pallone appeso al tetto, a sua volta collegato a una cucina a gas. E funziona per davvero. Ma c'è di più.«Con l'olio di Jatropha si fabbricano saponi, che le donne dei villaggi possono vendere», reclamizza Manyanga. «E i residui della macinazione sono un ottimo fertilizzante ». Non a caso, c'è chi ha battezzato la Jatropha Curcas " l'oro verde del deserto". Originaria dei Caraibi, la pianta è stata traghettata in giro per il mondo dai marinai portoghesi, che la usavano per costruire delle recinzioni a protezione dei loro insediamenti: la Jatropha ha bisogno di pochissima acqua, le foglie decidue proteggono il terreno dalla desertificazione e, se piantata a pochi centimetri l'una dall'altra, produce una barriera al passaggio degli animali.

«In Tanzania —racconta Manyanga — è una pianta ben nota: viene usata per recintare le tombe». Esperto di meccanica, Manyanga ha lavorato nella birra e nei cosmetici, prima di approdare al Center for Agricolture and Technology. «Lì — racconta — mi misi a studiare diversi oli carburanti di origine vegetale e rimasi strabiliato dalla Jatropha »: nessun altra pianta (ad eccezione della palma, che però richiede ingenti quantità di acqua) aveva risultati del genere. Così è nato un mestiere. E una passione. «Negli ultimi anni ho convinto parecchi villaggi, che pure non volevano sentir parlare della "pianta delle tombe", a coltivarla per vendere i semi, il sapone e se possibile l'olio.

Non vedo un mezzo migliore per togliere l'Africa dalla povertà». Le potenzialità ci sono. Un ettaro coltivato a Jatropha produce 1.900 litri di olio, che può essere bruciato da solo o in miscela: la recente decisione della Ue di imporre un 10% di biocarburanti entro il 2020 implica che alle porte dell'Africa sta per aprirsi un nuovo mercato. Lo sa bene l'azienda inglese D1 che, quotata all'Aim di Londra, sta predisponendo ingenti coltivazioni di Jatropha in Indonesia, Sud Africa, Zambia, Swaziland e Australia. E lo sa bene il Governo indiano, che ha appena incluso la Jatropha nel suo piano strategico per l'indipendenza energetica. Estese coltivazioni di Jatropha per uso combustibile sono in via di crescita in Cina, Filippine, Thailandia e anche in Paesi come il Guatemala, dove la Jatropha è stata usata per secoli per le recinzioni. Infine, a testimonianza di una rivoluzione alle porte, in questi giorni è uscito in Francia un libro eloquente: Jatropha, le meilleur des biocarburants. All'Equatore la notte è lunga come il giorno, tutto l'anno. Avere l'energia a disposizione fa una bella differenza. Le sorelle Vincenziane lo sanno. E si sentono fortunate.

«È nato tutto per caso»,racconta sorella Kaja. Un giorno, il signor Berndt Wolff dell'azienda tedesca Energiebau, che passava da quelle parti, è andato a trovarle e ha proposto loro di usare il sole e la Jatropha. «Era un'esperimento costoso — spiega Kaja — da 400 mila euro: metà ce li ha messi la nostra casamadre e metà il Governo tedesco ». Ma è il solare che è costoso. O il generatore. Certo non la pianta dell'energia, che quasi cresce da sola e vive per 40 50 anni. La Jatropha è velenosa e quindi libera dai dubbi sugli impieghi energetici delle materie prime alimentari, come sta accadendo in Messico con il mais. «Ma soprattutto cresce e prospera in tutta la fascia tropicale — rimarca sorella Kaja— dove si concentra gran parte della povertà del mondo».

Kaja Peric e Livinus Manyanga vivono ai due capi della Tanzania, e non si conoscono. Ma è questione di poco. Fra poco più di un mese voleranno insieme a Harvard. A maggio,nel primo ateneo del mondo, è convocata la cerimonia per il Roy Family Award for Environmental Partnership, consegnato ogni anno a chi si distingue nei progetti di energia alternativa. Fra i vincitori di quest'anno c'è la Energiebau di Wolff, ma ci sono anche le sorelle di Mbinga e la Kakute di Manyanga. E, implicitamente, la Jatropha. La pianta dell'energia è cresciuta in silenzio per millenni. Ha traversato i mari per secoli. E oggi che sull'era del petrolio si addensano le nubi del riscaldamento climatico, potrebbe diventare la sorgente di una nuova energia per il mondo e di una nuova ricchezza per l'Africa e i tropici. E tutto solo grazie alla fotosintesi. All'Equatore, domattina alle sei, sorgerà ancora una volta il sole.



ilSole24ORE
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#4
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Interessantissimo, dimostra che alcune volte tante cose sono + semplici di quanto uno pensi e creda.

VOLERE =POTERE

#5
fabiobologna

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forse sono OT

CITAZIONE
DALL'UFFICIO AMBIENTE DEL COMUNE DI CUNEO:

Sapete dove buttare l'olio della padella dopo una frittura fatta in casa?
Sebbene non si facciano molte fritture, quando le facciamo, siamo soliti buttare l'olio usato nel lavandino della cucina o in qualche scarico, vero?
Questo è uno dei maggiori errori che possiamo commettere.
Perchè lo facciamo? Semplicemente perchè non c'è nessuno che ci spieghi come farlo in forma adeguata.
Il meglio che possiamo fare è ASPETTARE CHE SI RAFFREDDI e mettere l'olio usato in bottiglie di plastica, o barattoli di vetro, chiuderli e metterli nella spazzatura.

UN LITRO DI OLIO rende NON potabile circa UN MILIONE DI LITRI D'ACQUA, quantità sufficiente per il consumo di acqua di una persona per 14 anni.

Se poi siete così volenterosi da conferirlo ad una ricicleria pubblica ancora meglio, diventerà biodiesel o combustibile.

VW Caddy Maxi EcoFuel ComfortLine (36mila km dal 28/09/12) ! quattro
Bisogna imparare a vivere sotto le proprie possibilità! Sono come il Duster... sfacciatamente unico. (ex Zafira A EcoM: solo 275mila km)

#6
simonlebon

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Segnalo che in Zona Industriale di Ravenna si farà questo: "E' stato approvato all'unanimità ieri sera dal consiglio comunale il progetto unitario per la realizzazione di un impianto di biodiesel nell'area Pir. "Si tratta di una collocazione felice - ha dichiarato l'assessore all'urbanistica Gabrio Maraldi - in quanto l'area presenta tutte le dotazioni necessarie, come i serbatoi di metanolo e collegamenti efficaci sia marittimi che ferroviari.
Il nuovo insediamento inoltre non presenta alcun rischio per la popolazione".

#7
fabiobologna

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Il 24 Febbraio 2008 è stato effettuato il primo volo alimentato con biocarburanti.
Un Boeing 747 della compagnia aerea Virgin ha viaggiato da Londra ad Amsterdam usando, oltre al normale propellente, anche una miscela ottenuta da materiale vegetale, ossia olio di noce di cocco e di babacu, una palma brasiliana.




Fonte: La Settimana Enigmistica n 4023 pag 4
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#8
dani53

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Io ho a possibiità di coltivare molti ettari di Jatropha in Kenya. Chi fosse interessato può contattarmi.

#9
capitanoghianda

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C'e' chi lo fa gia...... in toscana.....ih ih ih
Inoltre il succo prodotto, come colore e fluidita sembra simile all'extravergine, solo che non oso assaggiarlo.... 44.gif

saluti

 --- F.I.A.T. doblo' 1900 D ELX 100% biodiesel made in tuscany 28cents per litro ---  


#10
metaoui

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Ciao Capitano, avresti qualche indicazione in più sulle coltivazioni toscane? Sopratutto che tipo di evoluzione la ricerca ha perseguito per sopperire alla diversità del clima toscano con quello equatoriale, infine se fosse possibile visionare le piantagioni e parlare con gli agricoltori... sarebbe il massimo...
Il mondo è un libro, ma se non viaggi ne conosci solo una pagina(Agostino d'Ippona).....ed io ho viaggiato, tanto.




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