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dicembre 2016

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America Latina: il gas naturale inizia a scarseggiare


Gas NaturaleIl continente è rimasto sostanzialmente autonomo fino ad oggi, pur potendo contare su una quantità ridotta di risorse in rapporto al totale globale. Il gas sembra però destinato ad esaurirsi entro un decennio: quali prospettive all'orizzonte? L’Argentina, fortemente dipendente da questa forma di energia, sembra destinata ad affrontare tempi duri se non cambierà presto politiche. Avvantaggiato il Brasile, che con l’idroelettrico e l’etanolo può contare su una valida diversificazione della propria produzione energetica.

L’autosufficienza energetica è uno dei maggiori punti di forza che stanno caratterizzando lo sviluppo economico dei Paesi dell’America Latina in questi ultimi anni, di pari passo con progetti alternativi e di successo come l’implementazione su larga scala dell’etanolo come combustibile (vedi il caso del Brasile). Petrolio e gas naturale sono due risorse fondamentali per gli assetti geopolitici della regione e vedono in prima fila il Venezuela di Hugo Chàvez. Questa situazione non sembra però destinata a durare ancora per molto, dato che la maggior parte delle stime condannano sostanzialmente tutte le nazioni sudamericane (con l’eccezione del Venezuela) a vedere esaurirsi i propri giacimenti di gas naturale nell’arco di una decina d’anni. Lo scenario che si presenterà quando si verificherà questa circostanza non è ancora del tutto prevedibile ma, verosimilmente, costringerà i vari governi a scelte strategiche fondamentali.

La situazione dei diversi Paesi

Più del 75% delle riserve energetiche del mondo sono concentrate tra la Russia e il Medio Oriente. Potrebbe risultare dunque sorprendente sapere che in America Latina si trova soltanto il 4% delle riserve globali e che il 65% di esse è posseduto dal solo Venezuela, mentre la Bolivia è al primo posto tra i Paesi del Cono Sur detenendo il 40% delle sole riserve di gas naturale. Eppure, a dispetto di queste percentuali trascurabili rispetto al totale mondiale, l’intero continente può contare, almeno fino al giorno d’oggi, su una sostanziale autosufficienza energetica, con anche diversi casi di nazioni esportatrici nette di energia: questo non succede solo a Caracas, ma anche, per esempio, a La Paz e a Buenos Aires. Questo si spiega con il livello di sviluppo e di popolazione decisamente più bassi rispetto all’Europa o all’Asia, il che si traduce in un minor fabbisogno energetico.

La distribuzione del gas naturale in America Latina è la seguente: il Venezuela è di gran lunga il leader nella regione con 146,5 trilioni di metri cubi (TMC); segue la Bolivia con 28,7 TMC, quindi l’Argentina con 23,4 TMC, il Brasile con 9 TMC e il Perù con 8,7 TMC. Come la produzione, anche i consumi sono sostanzialmente irrilevanti su scala mondiale, con un consumo del 4,6%.Il problema maggiore del continente è la mancanza di infrastrutture di rete che permettano di condividere in maniera ottimale le risorse, come accade invece in Europa, dove il livello di integrazione è molto più elevato. Infatti, progetti concreti di cooperazione energetica sul suolo americano si registrano attualmente solo tra Stati Uniti, Canada e Messico. A questo proposito, il progetto del Gran Gasoducto del Sur ha cercato di presentarsi come una seria iniziativa per l’integrazione energetica sudamericana, ma la reticenza del Brasile di Lula sembra aver fatto naufragare il tutto, o quantomeno averlo posto in una condizione di stallo.

La difficile situazione dell’Argentina

L’Argentina, a dispetto della sua popolazione molto ridotta (nemmeno 40 milioni di abitanti contro i 180 del Brasile) è il mercato principale di gas naturale nella regione, consumando circa il 40% di tutta l’America Latina: questo si spiega con il fatto che due terzi della sua energia elettrica viene prodotta attraverso centrali termiche alimentate da gas. Lo sfruttamento delle risorse argentine è particolarmente intensivo da ormai quarant’anni, diversamente degli Stati vicini che hanno iniziato diverso tempo dopo e, considerando i dati appena elencati, non sembra nemmeno troppo efficiente, dal momento che una considerevole quantità di gas viene utilizzata per soddisfare una popolazione dalle dimensioni sostanzialmente ridotte. Buenos Aires ha vissuto la sua “età dell’oro” esattamente dieci anni fa: sulla scia del decollo in piena epoca menemista, nel 1998 il Paese iniziò ad estrarre più gas di quanto ne avesse bisogno, divenendo un esportatore netto soprattutto verso mercati vicini quali il Cile. Si è trattato di una “bonanza” effimera però, dal momento che politiche sbagliate (tariffe troppo basse, per esempio) hanno incentivato una crescita incontrollata dei consumi interni, spingendo il Paese a diventare praticamente dipendente dal gas senza nel frattempo pensare a valide alternative. Si giunse così, proprio l’anno scorso, al pareggio tra produzione e consumo interno: il trend, ovviamente, a meno che non vengano scoperti in tempi rapidi nuovi giacimenti, non è destinato ad invertirsi.

L’Argentina si trova così in poco tempo a perdere la propria autosufficienza in campo energetico e sarà costretta a comprare risorse all’esterno, cercando accordi con i propri vicini più “dotati” per cercare di scongiurare un aumento di costi di produzione e prezzi al consumo che si rivelerebbero letali per l’economia locale, in forte crescita ma caratterizzata da una latente fragilità.Per questo Buenos Aires ha fortemente incoraggiato l’ambizioso progetto del Gran Gasoducto del Sur, che collegherebbe i soggetti facenti parte del Mercosur partendo dal Venezuela, “rubinetto” di tutta la regione. Il progetto, prevede la costruzione di un gasdotto lungo più di seimila chilometri con ramificazioni che raggiungono i novemila chilometri di estensione: un’opera faraonica che dovrebbe costare 27 miliardi di dollari statunitensi. I lavori, il cui inizio era previsto per novembre 2007, non sono però iniziati a causa della posizione del Brasile, evidentemente non disposto in questo momento a legarsi con un regime “scomodo” come quello del Venezuela. Anche secondo Roberto Lavagna, ex ministro argentino dell’economia, il progetto del Gasoducto non sarebbe politicamente conveniente perché costituirebbe una partnership troppo intensa con il regime di Caracas.

Il Brasile: l’etanolo come risposta alla carenza di gas

Il colosso carioca non possiede giacimenti considerevoli di gas naturale, sebbene il suo potenziale sia in leggera crescita in questi anni: i dati del 2005 rivelano che le scorte brasiliane ammontavano a 0,31 miliardi di metri cubi di gas, per una produzione di 11 milioni, del tutto insufficienti in rapporto ai 20 milioni consumati, importati però dalla Bolivia dove Petrobras, la compagnia energetica nazionale, opera da diversi anni.La situazione del Paese non è però preoccupante, almeno nel medio periodo, giacchè quasi tutto il fabbisogno energetico è soddisfatto dall’enorme potenziale idroelettrico. Inoltre, i fortissimi investimenti su un combustibile come l’etanolo hanno reso il Brasile una nazione all’avanguardia nel campo delle energie alternative, consentendo di mantenere una propria autonomia (Cfr. Stati Uniti – Brasile: l’asse dei biocarburanti). Il mercato dell’etanolo è destinato ad espandersi, dal momento che Petrobras dal 2012 inizierà ad esportarlo in Giappone.
 
Lo sviluppo economico porta inevitabilmente con sé fabbisogni energetici maggiori. Essi possono essere soddisfatti in diversi modi, come insegnano le nazioni più all’avanguardia in tema di energie alternative e rinnovabili. Il gas, come il petrolio, è destinato ad esaurirsi nei prossimi decenni, nonostante la sfruttabilità delle future scoperte: dunque, politiche basate solo su queste due risorse rischiano di limitare lo spettro di scelte a disposizione dei governi e di condannare alla dipendenza dall'esterno i rispettivi paesi.

L’Argentina, se vuole evitare un’altra pesante battuta d’arresto, è chiamata a trovare soluzioni alternative. Dopo un quadriennio (2003-2007) “al galoppo”, l’economia di Buenos Aires sta cominciando a manifestare i cronici segni di debolezza nei propri fondamentali: l’inflazione sta tornando a salire a livelli in doppia cifra, il debito pubblico non è adeguatamente controllato dal Governo. Le autorità dovrebbero quindi pensare seriamente a progetti energetici alternativi, come per esempio uno sfruttamento più intensivo del proprio sconfinato potenziale idroelettrico, oltre che l’adozione di energie come l’etanolo.A questo proposito il Brasile può invece dormire sonni più tranquilli, avendo già sviluppato piani strategici di lungo periodo e intrapreso una strada più virtuosa: il progetto etanolo potrà essere “monetizzato” in tempi brevi, con l’inizio delle esportazioni entro pochi anni.



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