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dicembre 2016

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Il biofuel che non affama i poveri


E85Il Kenya sceglie la strada delle energie pulite per rivoluzionare l'economia. Sono allo studio molte aree per ospitare una serie di coltivazioni - da 100 mila a un milione di ettari - destinate alla produzione di biofuel. Ora il governo attende investitori da tutto il mondo.

«Anche l’Italia è interessata - dice Giancarlo Culazzo, addetto economico, finanziario e commerciale dell’ambasciata a Nairobi - e sono stati avviati accordi anche con il dipartimento di Agraria dell’Università di Firenze».

Quando se ne iniziò a parlare, il biofuel - ottenuto dal trattamento di olii vegetali - aveva destato l’entusiasmo sia degli ecologisti sia dei businessmen, ma pochi anni dopo, fatti i primi bilanci, ha generato una valanga di critiche: secondo l’Iea, l’Agenzia internazionale dell’energia, solo per sostituire il 5% dei consumi attuali di benzina e gasolio nell’Ue si dovrebbero destinare a colza e girasole il 20% di tutti terreni coltivabili in Europa. E molto studiato è anche il caso del granoturco. Gli scienziati dell’Istituto per la sintesi organica e la fotoreattività del Cnr (l’Isof-Cnr) sostengono che, aggiungendo alla bilancia il costo di fertilizzanti, irrigazione, pesticidi, raccolta, trasporto, lavorazione e distribuzione, la bilancia energetica resta in perdita.

Colza, girasole e granoturco, quindi, sono bocciati. E la canna da zucchero? Il Brasile aveva avviato una politica di largo respiro, forte delle enormi superfici a disposizione: con il 5% del territorio coltivato a canna è riuscito a produrre bioetanolo sufficiente a risparmiare 11 miliardi di litri di benzina sui 16 mediamente consumati dalla popolazione. In Italia, invece, il discorso è vietato: consumiamo 18 miliardi di litri di benzina all’anno e per farne a meno ci servirebbero 26,2 miliardi di litri di bioetanolo. Una quantità da succhiare a non meno di 50 mila chilometri quadrati di canna da zucchero.

Ma il Kenya ha un asso nella manica: nome scientifico Jatropha Curcas. Dà il primo raccolto a un anno dalla semina, produce mezza tonnellata di semi per ettaro e, dal terzo anno in poi, fino a cinque tonnellate. I semi, che si trovano all’interno del fiore, offrono una resa del 97% di olio. Fiorisce tutto l’anno, cresce in terreni estremamente aridi, ideali per i climi africani, e queste caratteristiche offrono molti vantaggi. «Non servono i mastodontici apparati di irrigazione né le grandi quantità di fertilizzanti rispetto alle colture tradizionali - spiega Culazzo -. Grazie all’alta resa, poi, non rappresenta una minaccia alle colture destinate al sostentamento della popolazione locale, come mais e riso».

Il biofuel torna, dunque, in auge? Il Kenya lo spera. L'agricoltura è il settore trainante dell’economia e provvede alla sussistenza del 75% della popolazione. «La commercializzazione dei semi della Jatropha offrirebbe una fonte di reddito alle numerose comunità rurali. Il biofuel sarebbe utilizzato per trattori e generatori di energia elettrica dei villaggi, lampade e forni da cucina, riducendo sensibilmente l’attuale dipendenza dal kerosene. A livello nazionale ridurrebbe anche i costi dei trasporti su gomma e quelli della produzione di energia elettrica, abbattendo allo stesso tempo le emissioni di gas inquinanti».

Il Kenya sta cercando, faticosamente, una via per lo sviluppo. Nel 2007 la crescita del pil è stata del 7% e, benché le tensioni e le violenze tribali seguite alle controverse elezioni del dicembre dello stesso anno abbiano determinato una battuta d’arresto, l'economia sta tornando verso la normalità. Per il 2009 il Fondo Monetario, infatti, prevede un tasso di crescita pari al 6,4%.

Al momento, quindi, non stupisce che siano 30 le istituzioni keniote interessate alla Jatropha. E per attrarre investitori stranieri il governo ha emanato l’«Investment Promotion Act». La legge fissa un minimo di 500 mila dollari Usa per un’operazione di investimento e i gruppi internazionali devono anche firmare un accordo sulle «risorse umane»: si devono infatti impegnare alla graduale sostituzione dei propri tecnici con altri locali, formandoli appositamente.

La priorità del Kenya è riuscire a far affluire valuta estera, dando lavoro a una popolazione che perlopiù si trova in gravi difficoltà. «Dato che la maggior parte delle risorse del Paese è utilizzata per l’acquisto di prodotti petroliferi - 952 milioni di euro, pari al 7,4% del pil e al 25% degli scambi con l’estero - si capisce quanto sia importante per il Kenya sviluppare fonti di energia più economiche sul territorio», spiega Culazzo.

E, guadagni a parte, perché l’Italia dovrebbe essere interessata al biofuel kenyota? Per esempio, per mantenere le emissioni al di sotto della soglia che ha richiesto il Protocollo di Kyoto. Stando alle regole dell’Unione Europea, l’Italia deve ridurre le emissioni di anidride carbonica del 6,5% entro il 2012. Le stime dell’anno scorso mostrano che, invece, le abbiamo aumentate del 13%. Un boom che significa anche multe salate.

E il prezzo della Jatropha? E’ fissato, al momento, dai 3 ai 6 euro all’ettaro. Novantamila piantine stanno già producendo i loro frutti.



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