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dicembre 2016

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Biocarburanti: Quanti chilometri per ettaro?


BiocarburantiL’elettricità da biomassa sarebbe più efficiente dei biocarburanti liquidi nel far muovere un veicolo: data la stessa quantità e lo stesso tipo di biomassa, bruciarla per produrre elettricità per un’auto elettrica permetterebbe una percorrenza in chilometri di quasi l’80% in più  

e di ridurre del doppio le emissioni rispetto all'etanolo che se ne ricaverebbe per l'utilizzo in un veicolo con motore a combustione interna. Questi dati sono stati pubblicati su Science la scorsa settimana e si riferiscono ad uno studio che spingerebbe ad accellerare il passaggio all’auto elettrica, visto e  a considerare l’uso dei biocombustibili nei trasporti solo una fase di transizione per liberarsi dal petrolio.

Lo studio - coordinato da Chris Field, biologo della Stanford University e ricercatore allo Stanford's Woods Institute for the Environment, Elliott Campbell della University of California e David Lobell dello Stanford's Program on Food Security and the Environment - ha calcolato le “miglia per acro” dei diversi modi di usare la biomassa. Un dato interessante perché una delle obiezioni principali all’uso dei biofuels è proprio quella che richiederebbe superfici enormi di terra, con il rischio che vengano sottratte alle colture a scopo alimentare o ottenute con la deforestazione.

I ricercatori hanno analizzato l’intero ciclo produttivo sia dell’elettricità da biomassa e dei veicoli elettrici che dell’etanolo e dei mezzi alimentati a biocarburanti. Risultato: l’elettricità da biomassa è più efficiente rispetto all’etanolo; ciò vale tanto nel caso in cui la coltura di partenza sia il mais, che nel caso sia la switchgrass (panico vergato), da cui si ottiene l’etanolo di seconda generazione ricavato dalla cellulosa. Un piccolo SUV mosso dall’elettricità ricavata bruciando un acro (0,4 ettari) di switchgrass percorre su ciclo misto 15mila miglia (circa 24mila km); lo stesso mezzo, con l’etanolo ricavato dalla stessa quantità di switchgrass, percorre invece solamente 8mila miglia (circa 13mila km). In quanto ad emissioni la supremazia della bioelettricità è ancora più netta: facendo la media tra i diversi veicoli e le diverse colture considerate, l’elettricità da biomassa evita il doppio delle emissioni rispetto all’etanolo.

Quindi, in quanto a efficienza nell’uso del suolo e a impatto sul riscaldamento globale avrebbe molto più senso usare la biomassa per produrre elettricità con cui far muovere mezzi elettrici, che non per ricavarne biocarburanti. Senza considerare  che l’elettricità può essere più proficuamente ottenuta da fonti ancora meno impattanti, come fotovoltaico o eolico.

Resta il dato di fatto che la diffusione dei veicoli elettrici è ancora molto ridotta, mentre l’etanolo può essere miscelato ai carburanti tradizionali o usato puro con modifiche minime sui veicoli. C’è però un altro tipo di carburante rinnovabile che può essere usato su automobili che sono già in circolazione in numero rilevante: il biometano. Anche nel confronto con quest’ultimo, dice un altro studio, i biocarburanti uscirebbero perdenti in quanto ad efficienza, cioè chilometri per ettaro di biomassa.

Il lavoro dell’agenzia governativa tedesca sui prodotti da biomassa, la Fachagentur Nachwachsende Rohstoffe, ha messo a confronto la resa in chilometri per ettaro dei vari combustibili di origine agricola. I risultati (che si scostano da quelli dello studio di Science per la diversa metodologia e il diverso tipo di veicolo considerato) sottolineano comunque l’inefficienza relativa di biodiesel ed etanolo. Se i chilometri per ettaro percorsi con un’auto alimentata a biodiesel o a olio di colza sono 23.300, e per il bioetanolo 22.400, un ettaro di coltura energetica fatta fermentare per ricavarne biometano permette di percorre ben 67.700 km, cioè circa il triplo.

Un dato da tenere in considerazione in un paese come il nostro che conta la più alta concentrazione mondiale di veicoli a metano. Veicoli che potrebbero già funzionare anche con metano ottenuto dalla fermentazione di sostanze organiche: non solo da colture energetiche, ma anche reflui da allevamento, scarti agricoli o dalla frazione umida della raccolta differenziata.



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